Carità d’assalto

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Carità d’assalto

Conquistare Ginevra

Siamo alla fine del dicembre del 1593. Il giovane Francesco di Sales è stato ordinato sacerdote e nominato capo dei canonici della diocesi di Ginevra, con sede ad Annecy, in esilio a causa dell’eresia e della fede popolare calvinista presente a Ginevra.
Il suo discorso solenne di presa di possesso della nuova carica è un possente squillo di tromba di carità cristiana: «È per mezzo della carità che dobbiamo smantellare le mura di Ginevra, per mezzo della carità invaderla, recuperarla… Non vi propongo né il ferro, né quella polvere, il cui odore e sapore ricordano la fornace infernale; non organizzo uno di quei campi nei quali i soldati non hanno né fede né religione. Che il nostro campo sia il campo di Dio le cui trombe fanno risuonare con accenti pieni di dolcezza, questo inno: “Santo, Santo, Santo è il Signore, Dio degli eserciti”».

Nel contesto delle guerre di religione

L’epoca di Francesco è caratterizzata da decine di anni di battaglie, devastazioni, vendette, rivendicazioni a causa delle scelte religiose dei potenti, i quali pretendevano di imporre la propria religione (normalmente decisa in base all’interesse) alle popolazioni sottomesse. Quindi, già usando il termine “conquistare”, l’oratore sceglie di porsi su di un filo di lama: ricorrere ancora una volta alla violenza o qualcosa di differente?

Quale mitezza da parte di Francesco?

È molto diffuso applicare a Francesco il sentimento di “mitezza”. Ma gli studi più attenti ci mettono in guardia. Anzitutto non era una sdolcinatezza melensa. Poi, non può indicare un carattere eccessivamente remissivo, in qualche modo disposto a farsi calpestare. In realtà, Francesco aveva ricevuto un’educazione da nobile, da vero cavaliere del 1500-1600, per cui il lessico militare era comune. La bontà e la carità, invece, con cui declina il suo discorso di “combattente”, vengono invece da una meravigliosa sinergia (movimento di sintonia dinamica) tra la grazia di Dio e la docilità dell’uomo.

Un messaggio attuale 

Francesco continua il suo discorso mettendo in discussione profondissima i sacerdoti uditori. «C’è un acquedotto che alimenta e rianima, per così dire, tutte le razze degli eretici [oggi diremmo: la fatica di coloro che si allontanano dalla Chiesa e da Gesù Cristo]: sono gli esempi dei preti perversi, le azioni, le parole, in sostanza, l’iniquità di tutti, ma in particolare degli ecclesiastici… Bisogna rovesciare le mura di Ginevra per mezzo di preghiere ardenti, e dar l’assalto della carità fraterna; è per mezzo di questa carità che debbono fare forza le nostre teste d’assalto… Avanti, dunque, e coraggio, fratelli ottimi, tutto cede alla carità; l’amore è forte come la morte, e a colui che ama, niente è difficile».

 

 

don Paolo Mojoli, SDB
www.donpaolomojolisdb.it 

2020-01-29T22:16:22+00:0029 Gennaio 2020|Spiritualità|