Serviti dagli angeli

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Serviti dagli angeli

In questa prima settimana di quaresima il vangelo di Marco ci parla dell’esperienza di Gesù nel deserto.

Gesù affronta la drammatica esperienza del deserto nella consapevolezza e nell’esperienza di essere figlio amato. Solo l’esperienza di un grande amore ci rende forti e ci dà il coraggio di attraversare le prove più grandi. È urgente allora fare memoria di questo amore e di questa predilezione, saperla riconoscere nella concretezza della nostra vita, nel nostro quotidiano, soprattutto in quelle situazioni (e sono tante) in cui ci viene da mettere in discussione l’immenso valore che siamo. L’amore di Dio per noi è incondizionato, non dipende certo dalle nostre virtù e dai nostri vizi, dalle nostre capacità e dai nostri limiti, da quanto ci sentiamo amati, considerati e valorizzati dagli altri nel nostro lavoro, nelle nostre mansioni, in quello che pensiamo, diciamo o facciamo. Dio ci ama e basta, lo fa per primo e lo fa con gratuità e disinteresse. Anzi un interesse lo ha ed è che noi, fondati in questa gratuità, proviamo ad amare gratuitamente gli altri come Lui fa con noi e in questo modo la nostra gioia sia piena. E già qui abbiamo molto da lavorare, perché siamo noi stessi a minare questa esperienza di essere amati incondizionatamente, con le nostre aspettative, con le nostre paure, con le nostre attese e pretese indebite.

Rimanere e non scappare

Gesù “stava con le fiere e gli angeli lo servivano”. Sono gli unici due verbi all’indicativo imperfetto, tempo e modo che ci indicano un’azione continuativa nel passato, non puntuale (come il passato remoto). Ecco che questo stare di Gesù ci dà un’istruzione molto importante. Ci vuole tempo per cambiare, non è questione di un clic, non abbiamo a disposizione la bacchetta magica, né una formula, né una monetina. C’è un cammino da fare, una strada da percorrere, delle tappe da attraversare. Un cammino forse paradossale, perché è da fare rimanendo, stando, non fuggendo via. E noi abbiamo mille modi, stratagemmi e scappatoie, per distrarci dalla VITA che avviene in noi, che si svolge nel qui e ora della nostra esistenza. 

Gli indomabili

Con le fiere è il complemento del primo verbo, stava. So che c’è tutta un’esegesi che richiama qui a una comunione con la natura. In realtà questo stare con le fiere, con le bestie selvatiche, io me lo immagino come uno stare a contatto con la parte più indomabile di noi, con quel lato oscuro e fastidioso che abita il nostro cuore, che ci fa vergognare e che allo stesso tempo ci circonda: persone ed eventi difficili, che facciamo fatica ad accettare, a sopportare. Allo stesso tempo è anche un ritorno alla semplicità e all’essenzialità. Questo certamente ci richiede fatica, attesa, impegno, la capacità di stare dentro le contraddizioni e i drammi della storia, che è prima di tutto la nostra storia e quella del mondo. Noi siamo la generazione del tutto e subito, del fast food, dello zapping, della discontinuità, della velocità della connessione, dell’acquisto immediato su Amazon… invece no, le cose più vere e più belle avvengono nel tempo, nel divenire lento e faticoso della Vita.

I-quaresima

Il coraggio della solitudine

Ecco qui il secondo verbo con il soggetto relativo: e gli angeli lo servivano. Mi pare interessante che questa realtà del servizio di Dio all’uomo avvenga proprio quando l’uomo attraversa la prova, di qualsiasi tipo essa sia. Non è vuota e vana retorica. Ma spesso accade che le situazioni più difficili, le relazioni più faticose, gli eventi più drammatici, nella sofferenza e nella fatica che ci provocano, ci fanno anche più forti, ci scavano dentro percorsi di crescita, possono essere occasione di Vita nuova. Così come le cose più semplici e naturali.

Non dobbiamo quindi avere fretta di uscirne, di trovare la soluzione ai nostri conflitti, a quelli altrui, ma impariamo a custodire dentro di noi spazi di SILENZIO e SOLITUDINE. Non abbiamo paura di ritagliarci momenti in cui rimaniamo soli con noi stessi, lontano dal cellulare, dal pc, da quelle mille cose che sempre ci assediano. La verità è che molto spesso abbiamo bisogno di stordirci, perché non sopportiamo il vuoto delle nostre giornate. Eppure attraversare quel vuoto, in cui spesso emergono verità difficili da accettare, è l’unico modo per ritrovare la sorgente profonda della vita, per dare il nome a tutte le maschere che ci mettiamo e che ci allontanano da noi, dagli altri, da Dio. È l’unico modo per farci servire dagli angeli. E qual è questo servizio se non ricordarci che siamo profondamente, radicalmente amati proprio noi, così goffi e caotici, nel nostro peccato, nella nostra vulnerabilità e fragilità? E qual è questo servizio degli angeli se non annunciarci che Dio è presente nel nostro deserto, nel nostro vuoto, nella nostra lotta? 

Impariamo allora a stare e a farci servire. Solo così sarà possibile testimoniare a tutti, come Gesù, la buona notizia che il tempo è compiuto, il regno di Dio è vicino. Questa è la scintilla che farà scattare la conversione e la fede, che prima di essere impegno e fatica, sono certamente un dono, da invocare e custodire. 

 

 

Sr Alessandra Spinazzè, FMA
comunità Maria Ausiliatrice – Trieste dell’Ispettoria Triveneto

2021-02-24T09:13:10+01:0024 Febbraio 2021|Spiritualità|