Il brano dell’evangelista Giovanni è presentato sotto forma di lectio da sr Francesca Venturelli, Figlia di Maria Ausiliatrice (salesiana di Don Bosco), in questa Settimana Santa per darci l’opportunità di riflettere sull’amore della Trinità.
Il brano inizia parlando del Padre
Il Padre è presentato come agricoltore: un Padre che cura il suo campo, i discepoli, che manda il Figlio per prendersi cura di loro, che invita a stare con Lui, perché trovino vita! Un Padre che nelle trame difficili della storia, anche presente, non smette di prendersi cura degli uomini attraverso voci profetiche, persone ricche di amore, il segno di cristiani coraggiosi, e invitando ogni volta ad essere tralci innestati nella vite che è suo Figlio. Ciò significa avere una solida speranza, non siamo gettati nel mondo, come direbbe Heidegger, angosciati senza un senso, ma siamo figli amati e pensati, anche nei momenti difficili della nostra storia e della storia del mondo. Siamo generati per amore, custoditi e non abbandonati, anche se in modo a volte misterioso.
Rimanete in me
Voglio fermarmi, però, come punto centrale, sul verbo Rimanere. Nel testo ricorre 10 volte, e molte di queste proprio con l’espressione Rimanete in me. Nella riflessione sull’essere corpo con molte membra della volta scorsa, mettiamo un accento su ciò che dà vita al corpo, su ciò che lo fa vivere, che lo anima. Quando Gesù dice: rimanete in me e io in voi, non usa una metafora, forse la metafora, l’immagine, può essere quella della vite, ma la realtà di cui parla è sostanziale. Ci dice che come uomini e donne, come cristiani, abbiamo vita in abbondanza e vita piena solo restando in Lui. È quello che abbiamo celebrato nel battesimo, che i nostri genitori hanno scelto per molti di noi, forse per tutti, e che noi, con l’educazione e il nostro cammino di fede abbiamo assunto. Forse ci pensiamo poco: il battesimo è proprio essere innestati in Gesù visto come il Cristo, il Signore della nostra vita, il senso, la meta, la sorgente, la fonte. Una presenza viva! Uno con cui avere una relazione. Uno da interrogare, uno con cui dialogare, uno con cui arrabbiarsi, uno davanti a cui arrendersi, uno davanti al quale non poter essere indifferente. Il Battesimo è essere innestati in Gesù, come il tralcio alla vite. È partecipare all’esperienza del suo morire e risorgere. Il rito antico, che prevedeva di essere immersi nell’acqua, dove non si respira, e poi riemergere e riprendere di nuovo respiro, riemergere quindi a vita nuova, voleva dire simbolicamente questa realtà. Questo ci accomuna tutti! In qualunque casa operiamo, in qualunque ambito, e soprattutto in qualunque vocazione ci troviamo! Qui è la radice! Essere innestati.
Primo cerchio
Per descrivere la Chiesa, il vescovo e teologo Erio Castellucci, la immagina attraverso tre cerchi. Il cerchio più interno è quello più profondo della risposta alla grazia, quello dell’offerta di sé, che appartiene a tutti e, potremmo dire, è quello descritto prima: il legame con Gesù, il rimanere in Lui, il rispondere al suo invito offrendo sé stessi. Il mettere la propria vita nelle sue mani è la radice stessa dell’essere cristiani. Durante la messa c’è un momento all’offertorio in cui il sacerdote, versando alcune gocce di acqua nel calice, dice “l’acqua unita al vino sia segno della nostra unione con la vita divina di colui che ha voluto assumere la nostra natura umana”. Un gesto piccolo per ricordare che in quel vino, che diventerà il corpo di Gesù, c’è anche un po’ di acqua che rappresenta la nostra piccola vita che si unisce alla sua. Ecco il dono di sé, la disponibilità a rimanere in Lui, l’essere uniti! È quella realtà che viene chiamata del sacerdozio comune o sacerdozio battesimale. Questo non è intimismo, non è un fatto semplicemente interiore, è ciò che ci unisce anche tra di noi, più di tutto il resto. Questa offerta raggiunge l’esistenza fatta dalla nostra vita, dalle nostre relazioni, dalla profondità di ciò che siamo. Ed è la realtà che è più feconda, prima di ogni opera di servizio. Castellucci scrive proprio: “Questa offerta è efficace prima ancora di ogni efficienza e costituisce il criterio fondamentale sul quale valutare ogni attività ecclesiale”.
Secondo cerchio
Il secondo cerchio è quello della testimonianza o della dimensione simbolica. È quello della vocazione di ciascuno. Ogni vocazione prende origine dal mistero di Gesù Cristo e ne rappresenta un aspetto particolare per donarlo a tutti nella testimonianza. Ricordo brevemente cos’era il simbolo nell’antichità greca. Era un pezzo consegnato ai partecipanti a un contratto, e solo rimettendo insieme i diversi pezzi avveniva il riconoscimento. Parlare di dimensione simbolica è ricordarci che solo mettendo insieme le diverse vocazioni diamo testimonianza della bellezza del Vangelo. I consacrati ricordano i tratti di novità del Cristo totale, ossia di Cristo radicalmente povero, obbediente e casto e la Chiesa che vive solo della ricchezza, libertà e gioia del suo Signore. Gli sposi mettono in luce in particolare Cristo Sposo che offre se stesso per la Chiesa sposa e questa che riceve da lui l’amore e cerca di ricambiarlo. I sacerdoti rappresentano la sollecitudine del Cristo Pastore e Servo per la comunità. Nessuno può stare senza la testimonianza degli altri. Insieme si testimonia e annuncia il Signore. Noi, poi, abbiamo un’altra caratteristica cioè un carisma in comune. È il carisma salesiano che ha uno stile e un mandato educativo. Simbolicamente testimonia a tutti gli altri membri della Chiesa la predilezione di Dio per i piccoli, per i discepoli, e ricorda come la Chiesa si lascia plasmare e guidare da Cristo. Questi primi due cerchi, ci dicono le radici che permettono di camminare e annunciare il Vangelo nella comunione, ognuno nel suo specifico e con il proprio tocco, ma nella collaborazione e testimonianza reciproca.

Terzo cerchio
Il cerchio esterno, infine, per Castellucci, rappresenta il fare, la dimensione operativa, una dimensione importante, in cui esprimere il servizio e la prossimità, l’attenzione piena di carità per le sofferenze del mondo. Ricordarci, però, che ci troviamo nel terzo livello ci permette di non dimenticare che è intimamente collegato alla dimensione dell’offerta di sé (essere innestati nella vite) e alla testimonianza della propria vocazione. Se guardiamo al famoso testo di Marta e Maria che ospitano Gesù a cena, non abbiamo una opposizione tra preghiera e servizio, ma un rimprovero a Marta di aver servito in modo affannoso dimenticando la dimensione originaria del legame personale con Gesù. Gesù dice chiaramente che “senza di Lui non possiamo fare niente” , questo vuol dire che agire senza di Lui sarebbe un agire sterile, un lavorare tanto che, però, non porta frutto duraturo, non porta vita piena per le persone che incontriamo. Questo non vuol dire disimpegno, al contrario, dà una grande responsabilità. Il Vangelo di Giovanni che stiamo meditando si esprime così: “questo è il mio comandamento: che vi amiate gli uni gli altri come io ho amato voi. Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la sua vita per i propri amici”. Gesù comanda di amare come ama Lui, cioè di essere disposti a dare la vita! E sappiamo cosa è costata a Lui. Ha davvero dato tutto. Come cristiani, come consacrate, siamo disposte a scomodarci, a metterci in questione, a convertirci, fino a dare la vita? A volte moriamo e soffriamo in alcune situazioni difficili, in alcune complicazioni istituzionali, ma non sempre è per dare vita. A volte qualcuno muore, o è costretto a morire, per non scomodare, per preservare consuetudini o scelte del passato. La vera Pasqua cristiana è morire per dare vita!
Il dono dell’amore
Il comandamento dell’amore richiede capacità di relazioni fattive, nei gesti, nei modi, nella collaborazione. Nella logica del corpo siamo un corpo solo. Non può una parte fare a meno dell’altra. E nessuna è migliore dell’altra. Nella logica dei tre cerchi, siamo innestati nella stessa radice e serviamo in una logica di testimonianza reciproca. Non c’è un servizio ai giovani migliore dell’altro o esclusivo, o più difficile o più facile. Al massimo ci sono dei doni personali per cui una particolare persona riesce a intercettare di più e a portare frutto meglio in un determinato ambito e con dei particolari destinatari. Questo lo diceva anche don Bosco quando affermava di studiare e assecondare i naturali delle persone, sia dei ragazzi, per poterli accompagnare, sia degli educatori perché potessero dare il meglio.