CINESCHEDA | Il vangelo di Giuda

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CINESCHEDA | Il vangelo di Giuda

Giuda, il discepolo nell’ombra

Con questo film, Giulio Base si confronta con una delle figure più enigmatiche e scandalose del racconto evangelico, scegliendo di esplorarla non dal punto di vista del tradimento, ma da quello della sua umanità ferita e della sua possibile elezione. L’intento del regista è quello di sottrarre Giuda a una lettura univoca e stereotipata, restituendolo alla complessità di un’esistenza segnata dal male e, al tempo stesso, attraversata da una ricerca di luce. Lo spettatore è così invitato a sospendere il giudizio per entrare, con rispetto e inquietudine, nel mistero di una libertà che si dibatte tra bene e male, tra fedeltà e caduta.

Uno spirito di morte

Fin dall’infanzia, Giuda appare come un uomo segnato da una ferita originaria: il rifiuto, l’abbandono, la morte. La sua esistenza sembra svilupparsi sotto il segno di una oscurità che lo accompagna come un destino. Eppure, proprio dentro questa notte, si apre uno spiraglio inatteso: l’incontro con Gesù. È un incontro che non cancella il passato, ma lo attraversa, offrendo a Giuda la possibilità di una luce nuova. Il film segue così la traiettoria di un’anima inquieta, incapace di liberarsi completamente dalle proprie ombre, ma nondimeno attratta da una presenza che la chiama oltre se stessa.

I picchi dell’orgoglio e gli abissi della disperazione

Nel gruppo dei discepoli, Giuda non vive una conversione improvvisa e risolutiva. La sua è piuttosto una lotta continua, che lo rende profondamente vicino all’esperienza di ogni essere umano. Da un lato, egli sperimenta i picchi dell’orgoglio: è consapevole della propria intelligenza, del proprio studio, e si percepisce diverso, forse superiore agli altri. Dall’altro lato, è continuamente risucchiato negli abissi della disperazione, dove l’invidia e il confronto lo conducono a sprofondare nei recessi più oscuri del cuore. In questo oscillare drammatico, il vino diventa rifugio e oblio, tentativo fragile di anestetizzare un dolore che non trova pace. Giuda appare così come un uomo diviso, incapace di integrare le proprie contraddizioni, e proprio per questo straordinariamente umano.

Come Gesù

Dal punto di vista formale, il film si presenta come un’opera fortemente autoriale, lontana da ogni logica commerciale. La scelta di non mostrare mai il volto di Giuda, l’uso essenziale della parola – limitata all’aramaico – e la voce narrante di Giancarlo Giannini, che guida lo spettatore nei meandri della coscienza del protagonista, contribuiscono a creare un’esperienza immersiva e spiazzante. Ma è soprattutto l’ipotesi teologica a costituire il cuore del racconto: e se Giuda fosse, in realtà, il discepolo più caro? Colui di cui Gesù si fida fino al punto di affidargli non solo la cassa comune, ma la propria stessa vita, perché si compia il disegno del Padre? In questa prospettiva, il destino di Giuda si avvicina paradossalmente a quello di Gesù. Dopo aver udito il grido di abbandono sulla croce, Giuda muore suicida, condividendo fino in fondo l’esperienza dell’abbandono: muore come l’amico, sentendosi perduto, convinto che tutto sia finito, ancora una volta per causa sua. Tuttavia, ciò che a lui resta nascosto è proprio ciò che lo spettatore sa: la morte non è l’ultima parola. In questa distanza tra sapere e non sapere si apre uno spazio vertiginoso, in cui la disperazione umana incontra – senza riconoscerla – la possibilità della salvezza.

 

Sr Linda Pocher, FMA
Docente di Spiritualità mariana
presso la Pontificia Facoltà di Scienze dell’Educazione “Auxilium”

CINESCHEDA

 

2026-04-15T10:10:28+02:0015 Aprile 2026|Rubriche|