Un viaggio lungo il fiume
Che cosa significa sopravvivere in un mondo dove tutto sembra perduto? Il film ci porta in una realtà dura e marginale, sulle rive del fiume Volturno, tra degrado e sfruttamento. La protagonista, Maria, vive in un contesto di miseria e violenza, lavorando come intermediaria per traffici illeciti. Ma la sua esistenza prende una svolta inaspettata quando si ritrova a prendersi cura di una giovane donna incinta. Da quel momento, il film si trasforma in un percorso di resistenza, dove il dolore si intreccia con la possibilità di redenzione. Anche la dimensione religiosa è presente nel film, attraverso il ricorso a immagini e riti ed il riferimento ad un prete che aiuta le donne in difficoltà, al quale però Maria non riuscirà mai ad arrivare.
Una storia di marginalità e di riscatto
Il regista Edoardo De Angelis costruisce una narrazione asciutta e potente, che racconta l’Italia invisibile e spesso dimenticata. Le immagini cupe e le atmosfere soffocanti restituiscono la durezza di un ambiente in cui ogni speranza sembra vana. Eppure, nel cuore di Maria, si accende un barlume di possibilità: l’incontro con la maternità diventa simbolo di un futuro diverso. La vicenda personale della protagonista si intreccia così a una riflessione più ampia sul senso della speranza nelle situazioni più disperate. Il titolo stesso del film suggerisce che la speranza, pur fragile, può essere un vizio necessario, un gesto ostinato di chi rifiuta di arrendersi al male.

La speranza come atto di resistenza
Maria diventa emblema di questa lotta: pur segnata da un passato doloroso, trova nel prendersi cura dell’altro la forza per immaginare una vita diversa. La fotografia intensa e l’interpretazione di Pina Turco restituiscono tutta la complessità di un personaggio che, pur nel buio, sceglie di non spegnere la luce del futuro. Nella sua vicenda, la giovane donna rivive in qualche modo il mistero della natività, come a dire che la salvezza non si può raggiungere attraverso le immagini e i riti – che a volte esprimono la nostra superstizione più che la nostra fede! – ma incarnando ancora una volta nella propria vita il mistero di Dio che si fa uomo.